La folla si dimenava in quel circo e ognuno recitava la sua parte.

Era una discoteca in Italia. Il luogo in cui gli uomini vagano come lupi affamati e in branco accerchiano la preda, mentre le donne si mostrano ipocritamente infastidite da quel comportamento che in realtà le gratifica. Le fa sentire modelle anche se sono degli sgorbi, spingendole a ostentare superbia.

A mio modo di vedere nel nostro Paese la discoteca è il luogo in cui è più facile studiare la società in cui viviamo. E' come uno zoo che esalta e palesa tutti i lati peggiori, in una caricatura che evidenzia la mediocrità della cultura dell'apparenza e della finzione.

L'arroganza che vuole ostentatare autorevolezza celando in realtà vuota superbia.

La ricerca nel gruppo di appartenenza di quella sicurezza che il diverso mette in discussione.

La cricca che si coalizza contro chi è migliore.

Il rapporto clientelare che qui si manifesta in una sorta di pseudo prostituirsi per entrare nel locale gratis o senza fare la fila. Oppure per farsi offrire da bere.

La fuga dalla conversazione.

La volgarità di un esibizionismo che finisce per evidenziare i lati peggiori di ciascuno.

Il divertimento forzatamente ostentato che cela la disperazione di una generazione tradita dalla storia.

Quella sera avevo solo intenzione di cambiare aria e questo locale sulla costa, se non altro offriva un bel panorama quando, dando le spalle alla gente, si ammirava il mare. Ma voltarsi era davvero pericoloso, per lo spettacolo che si offriva ai miei occhi.

E quella notte, appena tornato a casa, ho cercato di immortalare nelle rime di questa poesia in dodecasillabo (doppio senario) ciò che ho visto e provato: una sorta di deprimente ansia mescolata alla consapevolezza di aver mal impiegato, assistendo a quell'ignobile spettacolo, prezioso ed irripetibile tempo della mia vita.

La sera ho sprecato ne sono sicuro
l'avrei molto meglio impiegata a sedere
lo sguardo sbarrato a fissare un bel muro
m'avrebbe donato maggiore piacere

ché a star nella folla che s'agita ingorda
di finger sollazzo per farsi notare
mi sembra d'avere al mio collo una corda
che sempre più presto m'affretto a tagliare

talvolta mi sembrano un allevamento
che perde il suo tempo ignorando il finale
immersi in ipocrita divertimento
faranno la fine d'un grosso maiale

e bevon depressi per darsi un aspetto
per giunger storditi alla giovin mattina
si negan da soli il dovuto rispetto
sbavando davanti a qualunque gallina

perché dopo mesi in palestra trascorsi
che il corpo ha nutrito e la mente per nulla
potran dedicarsi a profondi discorsi
che il cor scioglieran d'ogni Barbie fasulla

e nello squallore di questa tristezza
la donna s'illude la scelta d'avere
cammina siccome una dea con fierezza
perché qualche cieco le guarda il sedere

il suo valutare sarà ricercato
così come stesse le scarpe comprando
e sfodererà come sempre al mercato
lo sguardo di chi sta il pianeta salvando

che bell'esperienza è trovarsi alla pari
nel circo dei geni che batton le mani
i dischi coprendo con fischi volgari
siccome a raccolta chiamassero i cani

e fra le befane di gran caratura
conciate siccome nemmeno in bordello
che sveglia si ruppe con grande sventura
nel giorno nel quale fu dato il cervello

allora è deciso domani si dorme
che almeno il riposo non urta i miei nervi
e non rischierò di confondermi all'orme
di Circe deforme e di tutti i suoi servi.

di Antonio Luca siliotto - www.siliotto.it
(dal libro "Solidiversi", ISBN: 978-88-91039-80-4)


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